Un porto fatto di ricordi
Capitolo 10 di 100%

Capitolo 10 · 5 min di lettura

Una finestra nuova

Sei settimane dopo, la città discuteva ancora.

Iona lo considerava un miglioramento rispetto agli anni in cui era obbligatorio essere d’accordo.

I sei quartieri e la guardia del porto avevano costituito un consiglio provvisorio. Le vecchie tariffe erano sospese. Ogni torre pubblicava ciò che consumava e teneva la stanza delle donazioni separata dagli impiegati che registravano le scorte, in modo che si potesse uscire senza essere seguiti in strada. C’erano dispute sui turni, domande sulle carenze, discussioni su quanto denaro della ricostruzione dovesse andare alle banchine basse allagate.

Il nuovo sistema funzionava. Richiedeva anche che le persone continuassero a farlo funzionare. Nessuno che fosse rimasto a una corda tutta la notte considerava quella una condizione da poco.

La magistrata Vey aveva perso il controllo dell’Ufficio delle Porte, non la capacità di persuadere gli altri di avere ragione. Erano state fissate udienze. Si sarebbero esaminati anche i rapporti che aveva ricevuto e gli ordini che aveva firmato. Tarin consegnò un resoconto completo delle sue riscossioni, comprese quelle che non avevano violato le vecchie regole e avevano comunque fatto danno.

Non riottenne la chiave.

Iona non voleva che la riottenesse.

Lavorava in una bottega prestata sotto il mercato coperto, mentre ricostruivano la strada del canale di sfogo. Sela si era incaricata di addestrare i nuovi campanari e si lamentava della responsabilità ogni volta che qualcuno le suggeriva di rinunciarvi. Kes aveva ottenuto contratti pagati per le sue squadre e la fama di essere impossibile da imbrogliare, che intendeva sfruttare con moderazione.

Sopra il nuovo banco di Iona era appeso il bicchiere di matite, intatto. Alcune matite si erano gonfiate nell’acqua e non si temperavano più bene. Le tenne comunque, ma smise di cercare di scriverci.

Tarin veniva tre pomeriggi alla settimana ad aiutare con i sigilli domestici. Lo pagavano quanto gli altri lavoratori qualificati. Il primo giorno un uomo della Baia delle Reti si rifiutò di fargli toccare l’attrezzatura. Iona assegnò il lavoro a un altro. Tarin non le chiese di parlare all’uomo in suo favore.

C’erano altri pomeriggi in cui, per un’ora o due, dimenticavano la storia che li aveva portati nella stessa stanza. Discutevano di un raccordo. Lui portava pane. Lei scoprì che canticchiava mentre studiava un disegno difficile e che era quasi intonato, ma mai del tutto.

Lui scoprì che a Iona non piaceva ricevere offerte d’aiuto mentre cercava un attrezzo. Cominciò a chiederle se volesse un altro paio d’occhi. Di solito diceva sì. A volte diceva no, e lui imparò a non trattare quel rifiuto come un giudizio sul proprio carattere.

Andarono a cena due volte. La prima sera lui parlò troppo perché era nervoso. La seconda lei parlò troppo perché voleva che sapesse cose che non si imparavano da un registro dei tributi o da una lista di riparazioni.

Gli raccontò di suo padre. Non dell’uomo di cui non sentiva più la voce, ma di quello che una volta aveva lasciato un’intera partita di collari per lampade nel forno del pane, accusando poi il fornaio di avere spostato il sole.

Tarin rise. Lei fu contenta di poter ancora far ridere qualcuno con una storia che il tributo non aveva preso.

Una sera, dopo aver chiuso la bottega, scesero al Nono Molo.

La strada ricostruita era ancora incompleta. Alcune porte si aprivano su stanze senza pavimenti. La sua vecchia bottega non aveva ancora il tetto, ma il nuovo telaio della finestra era già montato. Lei rimase dentro a guardare il porto.

Tarin era dall’altra parte, con le mani sul davanzale.

«L’altezza va bene?» chiese.

«Sì.»

«Si vede l’acqua.»

«Si vedeva anche prima.»

«Lo so.»

Lei lo guardò. Il cappotto era quello semplice che aveva comprato dopo aver lasciato l’Ufficio. Iona gli aveva rammendato la manica così bene che si notava solo sapendo dove guardare.

«Non voglio rifare il primo bacio», disse.

Lui rimase in silenzio per un momento.

«Va bene.»

«Continuo a pensare che dovrei chiederti dove eravamo, che cosa hai fatto. Come se, ripetendolo esattamente, tornasse qualcosa.»

«Non tornerà.»

«Lo so.»

Lui posò una mano sul telaio incompiuto, vicino alla sua.

«Allora non dobbiamo fare niente di tutto questo.»

Lei girò intorno al telaio e uscì dal vano della porta. Il terreno era ruvido di segatura e malta rotta. Nessuno dei due aveva portato una lanterna. Non c’era una corda bagnata ai loro piedi.

Iona gli mise una mano sul lato del collo. Lui si chinò verso di lei.

Questo bacio fu più lento. Lui sorrise una volta contro la sua bocca, perché lei gli aveva fatto impigliare il cappotto in una scheggia e non voleva fermarsi abbastanza da liberarlo per bene. Non c’era niente di solenne. Niente preparato a beneficio di un ricordo che lei non possedeva.

Quando la campana del porto cominciò a segnare la sera, sentì quella vecchia, familiare stretta nel petto. Per anni quel suono aveva significato scoprire ciò che era scomparso.

Oltre l’acqua rispose la Scalinata Sud. Poi la Corte del Sale. Poi le altre.

Tarin aspettò, con la fronte contro la sua.

Iona ascoltò finché non suonarono tutte e sette. Poi liberò il cappotto di lui dal legno, gli prese la mano e lo condusse verso casa lungo una strada che non avevano mai percorso insieme.

✦

Fine

Capitoli

Un porto fatto di ricordi

  1. 01Una voce alla finestra5 minuti
  2. 02Il cuore spezzato5 minuti
  3. 03La scala sommersa5 minuti
  4. 04Il lavoro delle mani5 minuti
  5. 05Sette bocche4 minuti
  6. 06La prospettiva della magistrata4 minuti
  7. 07Prima della tempesta5 minuti
  8. 08Il canale aperto6 minuti
  9. 09Dopo l’ultima risposta3 minuti
  10. 10Una finestra nuovaStai leggendo5 minuti

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