Un porto fatto di ricordi
Capitolo 8 di 100%

Capitolo 8 · 6 min di lettura

Il canale aperto

La tempesta raggiunse la città con il rumore di un carro che rovescia sassi nel mare.

La pioggia batteva di traverso. L’acqua salì lungo la banchina inferiore, si fermò alle prime linee di protezione e restò lì, tremante, trattenuta da un suono troppo grave per sentirlo con chiarezza. La campana centrale suonò. Rispose la Scalinata Sud. Poi la Corte del Sale. Poi le altre, incerte all’inizio, ritrovarono gli intervalli su cui si erano esercitate.

Iona era accanto al cuore del Nono Molo e guardava la luce raccogliersi nei canali.

Sette note che si rispondevano. Per la prima volta in diciotto anni, nessuna torre reggeva da sola il rifiuto dell’intera città di annegare.

Sotto di lei, le persone passavano al banco delle donazioni. Non nella vecchia fila, dove un valutatore annunciava quanto dovesse una famiglia. Ogni donatore sceglieva che cosa dare. Il vecchio maestro e due valutatori preparati misuravano soltanto se il ricordo fosse abbastanza nitido da reggersi. Chiunque poteva fermarsi prima che sigillassero il recipiente.

Un uomo del Colle del Vetro offrì il mattino in cui sua figlia maggiore aveva imparato a cavalcare. Con la mano sul vetro cambiò idea e si fece da parte, vergognandosi.

«Scegli un’altra cosa, oppure niente», gli disse Sela. «Nessuno ti chiederà spiegazioni.»

Tornò più tardi con un altro ricordo. Iona non gli chiese quale.

I piccoli recipienti si accumulavano: un pasto condiviso, un’ora in un giardino, una canzone imparata durante un viaggio. Da soli non avrebbero mai pagato il tributo centrale di quella mattina. Passati attraverso i cuori ripristinati dei quartieri, con ogni campana che rispondeva alle vicine, servivano.

Non erano gratis. Iona vide una donna battere le palpebre davanti al vuoto appena lasciato da un ricordo, poi sollevare il mento e prendere la mano dell’amica.

L’acqua oltre la linea di protezione scese della larghezza di una mano.

Da qualche parte, sotto, si levò un grido di esultanza. Sela gridò ai campanari di non perdere il conto.

Per quasi un’ora, il sistema resse.

Poi il muro crepato sotto il Nono Molo si mosse.

Iona lo sentì attraverso le suole degli stivali. Uno spostamento lento, seguito da un rumore più acuto. La luce nel cuore si piegò verso un canale e rimase lì.

«Troppo carico sul ritorno inferiore», disse.

Sela sentì cambiare la nota.

«Le altre possono prenderne un po’.»

«Non tanto.»

Un messaggero salì la scala, fradicio fino alle ossa.

«Entra acqua dal vecchio deposito. Il muro di sostegno si sta aprendo.»

Iona guardò il disegno del canale di sfogo inchiodato a una trave.

Avevano sperato di rinforzare il muro abbastanza da tenere chiuso il passaggio. Aprirlo avrebbe mandato l’acqua nei pianterreni degli edifici evacuati sopra il bacino di carenaggio. La sua bottega. Il deposito del bottaio. Le stanze dove aveva vissuto per quarant’anni la donna che si era rifiutata di donare ancora.

Le famiglie conoscevano il rischio ed erano state trasferite. Iona continuava comunque a fissare il disegno.

«Apri il ritorno», disse Sela.

«Lo so.»

«Allora fallo prima che la campana ce lo dica due volte.»

Tarin arrivò mentre Iona raggiungeva le scale. Portava due casse di recipienti di vetro sonoro vuoti. I capelli gli erano appiccicati alla fronte e la manica sinistra era fradicia fin sotto la benda.

«Il turno centrale è stabile», disse. «Dove vai?»

«Al canale di sfogo.»

Consegnò le casse al messaggero.

«Conosco il meccanismo di sotto.»

«Anch’io.»

«Sì. Servono due persone.»

Lei lo lasciò venire.

Scesero in un passaggio illuminato da lampade appese sopra il livello previsto dell’acqua. Le previsioni cominciavano già a diventare imbarazzanti. L’acqua lambiva l’ultimo gradino. Un falegname e il suo aiutante avevano tolto i vecchi bulloni dalla ruota del canale di sfogo e aspettavano l’ordine che nessuno dei due voleva dare.

«Sono tutti fuori dagli edifici?» chiese Iona.

«Controllato due volte», rispose il falegname. «Le squadre di Kes hanno verificato le ultime porte.»

«Apritelo.»

La ruota resistette. Tutti e quattro si appoggiarono per darle il primo giro. La ruggine cedette dentro l’alloggiamento con uno stridio. Il meccanismo si mosse di una frazione, si fermò, poi si mosse ancora.

Oltre il muro, il mare trovò il passaggio.

Il rumore passò dal martellare a un fragore profondo e continuo. L’acqua si riversò verso il vecchio bacino di carenaggio, sollevando tutto quello che c’era nei pianterreni sovrastanti. Iona immaginò i cassetti del suo banco aprirsi. I piccoli vassoi di fermagli mescolarsi. L’ordine accurato e senza etichette di suo padre sparire nell’acqua marrone.

Tarin le vide il viso.

«Resta alla ruota», gli disse lei prima che parlasse.

Lui rimase.

Quando la chiusa fu completamente aperta, la bloccarono e risalirono verso la campana. Nessuno tentò di dirle che era soltanto una bottega. Lei fu grata a tutti per questo.

La luce nel cuore si era raddrizzata, ma la tempesta continuava a crescere. Sul banco, i recipienti di riserva diminuivano.

Nessa arrivò con un altro gruppo del Colle del Vetro. C’erano due guardie con loro, non per prendere nomi o arrestare qualcuno, ma con fagotti di abiti asciutti. Una si mise in fila per donare. L’altra prese la corda bagnata da un campanaro a cui cominciavano a tremare le mani.

Tarin si fermò accanto a un recipiente.

Iona lo vide appoggiarvi la mano. Chiuse gli occhi. L’ago salì e si fermò.

«Vuoi dire che cos’è?» chiese il valutatore.

«No.»

«Non occorre.»

«Lo consegno», disse Tarin.

Il vetro si riempì. Lui si allontanò e si premette le dita sul ponte del naso, improvvisamente pallido.

Iona gli andò vicino.

«Mia sorella», disse lui prima che lei domandasse. «Il giorno in cui tornò a casa da un viaggio lungo. Pensavo si fosse dimenticata di me. Non era così.»

Iona gli mise una mano sul braccio. Non poteva rendere quella perdita così nobile da farla smettere di fargli male.

La nota del Nono Molo vacillò. Sela chiese il gruppo successivo di recipienti.

Iona ne prese uno vuoto.

«Hai pagato stamattina», disse Tarin.

«Due mattine fa.»

Lui sembrò confuso per un istante, poi quasi sorrise alla correzione. I giorni avevano perso i contorni.

Adesso servivano ricordi brevi e interi. Non un altro pomeriggio d’infanzia pesato per compensare sei quartieri zittiti. Un piccolo pezzo nitido, offerto accanto agli altri.

Iona pensò alle albicocche. A suo padre. A quei pochi respiri sui gradini del porto, alla mano di Tarin sulla guancia, al sollievo di avere detto sì a qualcosa che voleva.

Lui vide il suo viso cambiare.

«I gradini?» chiese.

Lei annuì.

«Non glielo devi.»

«Lo so.»

Per una volta, saperlo contava. Poteva lasciare il recipiente vuoto. Arrivava altra gente. Nessuno in quella sala avrebbe minacciato casa sua per farle rimettere la mano sul vetro.

Guardò Tarin, in piedi davanti a lei invece che custodito al sicuro in un passato in cui non sarebbe più potuta entrare. Non voleva perdere il bacio. Sapeva anche che non era tutto ciò che avevano.

«Era mio», disse. «Lasciami decidere.»

Lui annuì e allontanò la mano dal recipiente.

Iona richiamò il momento con chiarezza: la lanterna, la corda, il calore della sua bocca. Lo consegnò prima che la paura potesse trasformare la scelta in un’altra forma di obbedienza.

Il suo recipiente si aggiunse ad altri dodici sulla rastrelliera.

La campana li consumò insieme.

Fuori, l’onda successiva raggiunse la linea di protezione, si alzò più della precedente e si infranse contro un muro che nessuno poteva vedere.

Sela tenne il conto. Dall’altra parte del porto, sei campane le risposero.

Capitoli

Un porto fatto di ricordi

  1. 01Una voce alla finestra5 minuti
  2. 02Il cuore spezzato5 minuti
  3. 03La scala sommersa5 minuti
  4. 04Il lavoro delle mani5 minuti
  5. 05Sette bocche4 minuti
  6. 06La prospettiva della magistrata4 minuti
  7. 07Prima della tempesta5 minuti
  8. 08Il canale apertoStai leggendo6 minuti
  9. 09Dopo l’ultima risposta3 minuti
  10. 10Una finestra nuova5 minuti

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