Capitolo 3 · 5 min di lettura
La scala sommersa
Kes diede un’occhiata al cappotto di Tarin e chiese il doppio per la barca.
«Lavoro dell’Ufficio», disse. «Per farsi pagare ci vuole sempre il doppio del tempo.»
«Lui paga adesso», le disse Iona.
«Allora può permetterselo.»
Tarin contò le monete senza discutere. Kes ne morse una, anche se Iona era quasi certa che non avesse mai saputo cosa controllare.
Attraversarono il porto prima dell’alba. La tempesta non era arrivata, ma il mare già si muoveva con una lunga, sgradevole pazienza. Nella città alta le finestre brillavano dietro sigilli di protezione pagati con i ricordi di altri. Più sotto, le imposte sbattevano contro i mattoni.
Tarin era seduto accanto a un rotolo di corda, con il bavero alzato. Senza la chiusura d’ordinanza del cappotto, avrebbe quasi potuto passare per un impiegato di bordo. Le mani lo tradivano. Erano mani da lavoratore, larghe, con le nocche segnate. Iona se le sarebbe aspettate più morbide.
«I rilievi non si fanno tutti alla scrivania», disse lui.
Lei distolse gli occhi dalle sue mani.
«Non ho chiesto.»
«No.»
Kes virò verso l’ombra della vecchia diga. Sotto un arco di pietra, l’acqua che si ritirava scoprì un approdo stretto. Tarin scese, provò l’anello fissato nella muratura e tese la corda verso la barca.
«Il deposito dà su una piattaforma di carico», disse. «Se i battagli sono ancora lì, alla prossima bassa marea ci servirà la tua chiatta.»
«E sei persone per sollevarli», disse Kes.
«Almeno.»
«Bene. Un uomo che sa che le cose pesano.»
Aspettò con la barca mentre loro entravano.
Il passaggio odorava di sale, ruggine e legno vecchio. Tarin portava la lampada. Iona contò i gradini, non perché avesse paura, ma perché pensava di averne più tardi e voleva avere già fatto qualcosa di utile.
Diciannove gradini in giù. Una curva. Altri undici.
In fondo, una porta di bronzo si alzava sopra una soglia di pietra bagnata. Tarin usò la chiave che portava al collo. La serratura resistette, poi girò con un rumore di meccanismi pesanti.
La stanza oltre la porta conteneva i pezzi mancanti di sei quartieri.
I battagli riposavano su sostegni di legno. Ognuno era più lungo dell’avambraccio di Iona. Accanto c’erano alloggiamenti, aste, fasci di vecchie corde. Sulle etichette si leggevano ancora i nomi dei quartieri: Scalinata Sud, Baia delle Reti, Colle del Vetro, Porta del Mulino, Corte del Sale, Nono Molo.
Nessun battaglio sembrava rotto.
Tarin rimase immobile.
«Avevano detto che tre erano guasti», mormorò.
«Ci hai creduto?»
«Avevo sedici anni. Sì.»
Lei lo guardò. Allora ne aveva undici. Quei primi anni di tributi più alti le erano sembrati un’altra decisione presa in stanze dove i bambini non potevano entrare.
Sopra i battagli c’erano scaffali di libri avvolti in tela cerata. Iona trovò i registri d’accordatura e ne tirò giù uno. Il peso la sorprese. Tarin posò la lampada su una cassa e prese metà della pila senza che lei glielo chiedesse.
Le prime pagine riportavano regolazioni, intervalli, dettagli degli aggiustamenti stagionali. Sul lato interno della copertina posteriore qualcuno aveva scritto un resoconto con una grafia stretta e frettolosa.
Battagli rimossi per ordine cittadino. Strumenti funzionanti al momento della consegna. Quattro campanari arrestati per essersi opposti al trasferimento. Non certificare un guasto a mio nome.
Era firmato dal vecchio maestro della Scalinata Sud.
Iona tenne aperta la pagina mentre Tarin leggeva.
Fuori, l’acqua toccò la soglia.
«Dobbiamo andare», disse lui.
«Non ancora.»
Trovò lo schema generale. Sette cerchi collegati da linee. Centinaia di piccoli segni attorno a ogni cerchio: contributi delle famiglie, brevi e locali, passati attraverso la campana del proprio quartiere anziché trascinati verso un unico cuore lontano.
Il vecchio sistema richiedeva più persone. Meno da ciascuna, ma la partecipazione di ogni quartiere, compresi quelli ricchi.
«Adesso possono prenderlo dalle famiglie che non hanno i soldi per pagare sostituti», disse lei.
Tarin serrò la mascella.
«Sì.»
L’acqua si allargò intorno alle punte degli stivali.
Lui avvolse i libri mentre lei esaminava la piattaforma di carico. Il muro di sostegno sotto il canale del Nono Molo si era aperto lungo una giuntura. Dentro si era accumulata una spessa crosta di sale.
«Non reggerà il carico completo», disse.
Lui si avvicinò a guardare.
«No.»
«Che cosa c’è sopra?»
Tarin la guardò. Lei lo sapeva già.
Il Nono Molo. La sua strada. La bottega che suo padre aveva costruito con due stanze e un prestito che non aveva finito di pagare prima di morire.
Sotto correva un vecchio passaggio di sfogo verso un bacino di carenaggio abbandonato. Nei disegni più recenti quel passaggio era sigillato.
«Dovremo trovare un’altra via per la pressione», disse Tarin.
«Aggiungilo alla lista.»
Un’onda colpì il muro esterno. La stanza sembrò respirare. L’acqua salì di colpo alle caviglie.
Corsero.
Alla curva, Iona scivolò. Lo stivale le finì in un’intercapedine fra le pietre e rimase incastrato. La lampada oscillò, spargendo luce sul soffitto.
Tarin mise i libri su un gradino più alto e si inginocchiò nell’acqua.
«Riesci a muovere il piede?»
«No.»
«Libererò lo stivale. Tieniti alla ringhiera.»
Lei si aggrappò. Lui mosse il cuoio con delicatezza, poi tirò più forte. Lo stivale si liberò, ma il piede era rimasto fuori.
«Ottimo», disse Iona. «Hai salvato la parte che costa meno.»
Lui alzò gli occhi per un istante e scoppiò a ridere. Poi la sollevò per la vita fino al gradino libero sopra di lui e le porse lo stivale.
La lasciò appena fu stabile.
Per qualche secondo, lei continuò a sentire esattamente dove erano state le sue mani.
Kes li accolse all’approdo con una faccia da maltempo.
«Vi davo un altro minuto. Poi avrei venduto i tuoi attrezzi.»
«Mi sembra giusto», disse Iona.
Tarin aiutò a caricare i libri. Si era strappato la manica contro la pietra e da un taglio superficiale nell’avambraccio gli colava sangue.
Iona prese una striscia di stoffa pulita dalla borsa delle riparazioni e tese la mano.
«Il braccio.»
Lui glielo porse.
Mentre la barca avanzava nella luce crescente, lei fasciò il taglio. Il polso batteva regolare sotto le sue dita. Le sembrava ingiusto che un uomo potesse aver preso parte a qualcosa che odiava e che, al tatto, la sua pelle fosse comunque calda.