Capitolo 4 · 4 min di lettura
Correzioni
L’ispettrice Shah aveva un bicchiere di carta pieno di tè e una tosse per cui continuava a scusarsi. Mi ero aspettata qualcuno più giovane di me, forse perché il poliziotto che aveva raccolto la mia prima deposizione mi era sembrato tanto vecchio. Shah aveva più o meno la mia età. Aveva le scarpe bagnate.
Ci incontrammo in commissariato giovedì mattina. Portai il cappotto, la fotografia, il biglietto trovato nella tasca e la busta di mia madre. Li avevo messi in sacchetti puliti, separati. Shah mi ringraziò senza dire se avevo fatto la cosa giusta.
Prima di cominciare, chiesi che cosa sarebbe successo a me.
«Per la deposizione?»
«Sì.»
«Non posso prometterle come andrà a finire. Devo capire che cosa è successo. Dovremmo parlare di come raccoglieremo questo racconto e delle possibilità che ha.»
Ne parlammo. Fu paziente, ma non si offrì di ridimensionare la mia responsabilità.
Quando finalmente cominciammo, le raccontai delle notti passate da Tamsin. Della telefonata di mia madre il sabato mattina. Del ritorno a casa, dove avevo trovato nostro padre seduto al tavolo della cucina, furioso con una ragazza che se n’era già andata da un giorno.
«Che cosa ha detto sua madre, esattamente?»
Guardai il taccuino chiuso davanti a me. Avevo preso appunti in macchina per non confondermi. Adesso quelle parole sembravano un’altra versione preparata in anticipo.
«Ha detto che Evie ci aveva lasciati. Che papà era sconvolto. Che la polizia non avrebbe capito com’era lei.»
«Com’era chi?»
«Evie.»
«In che senso?»
«Era arrabbiata.»
«Per qualcosa in particolare?»
«Sì. Probabilmente. Non gliel’ho chiesto.»
Shah aspettò.
«In casa nostra il problema, di solito, era essere arrabbiati», dissi. «Il motivo della rabbia contava poco.»
«E il racconto di averla vista partire?»
«Mia madre ha detto che qualcuno doveva averla vista. Altrimenti la polizia avrebbe pensato che papà avesse fatto qualcosa. Ho detto che io non l’avevo vista. Lei ha risposto che sapevo che Evie se n’era andata: che differenza faceva?»
«Suo padre gliene ha parlato?»
«Non direttamente.»
«Che cosa intende?»
«Ha detto che dovevamo smettere di peggiorare le cose per la mamma.»
Potevo sentirlo. La sua voce era intatta, mentre quella di Evie non lo era più. A volte dovevo guardare un vecchio video di compleanno per ricordare come suonasse la voce di lei. Quella di nostro padre mi tornava senza sforzo.
Shah mi chiese dei litigi. Delle ultime settimane. Del lavoro di Evie al centro di giardinaggio. Dei suoi amici. Del suo conto in banca.
Sapevo pochissimo. Consideravo lei adulta e me quasi adulta, quindi nessuna delle due era interessata ai consigli dell’altra. Stava mettendo da parte i soldi per andarsene. Gliene volevo. Avevo pensato che fossimo insieme in quella casa.
«Aveva debiti?» chiese Shah.
«Non che io sappia.»
«E suo fratello?»
La guardai.
«Perché?»
«Ha detto che per lui era un periodo difficile.»
Era vero.
«Un po’. Non so quanti soldi dovesse.»
«Sua sorella lo avrebbe aiutato?»
«A quel punto, no.»
«Perché no?»
Ricordai una conversazione fuori dal bagno. Evie con una busta della banca in mano. Ben che le diceva di non farne un dramma. Io aspettavo di usare lo specchio e volevo che si togliessero di mezzo tutti e due.
«Una volta ha detto che lui aveva usato il suo nome per qualcosa. Non so cosa. Ho pensato che fosse un litigio di famiglia.»
«Che cosa ne faceva un litigio di famiglia?»
Non avevo una risposta.
Più tardi Shah mi mostrò una copia della deposizione che avevo firmato diciotto anni prima. La mia scrittura era più rotonda di quanto ricordassi. Avevo tracciato con cura un piccolo occhiello sulla A maiuscola.
Sembrava tranquilla e portava un borsone da viaggio scuro.
Non ricordavo il borsone. Doveva essere un’invenzione di mia madre. A diciassette anni avrei detto borsa.
«Riesamineremo le prime testimonianze», disse Shah. «Dovremo parlare con suo fratello. Con Tamsin e con sua madre.»
Annuii.
«La fotografia cambia la cronologia. Da sola, non ci dice che cosa sia successo dopo.»
«Lo so.»
«C’è un’altra cosa a cui vorrei che facesse attenzione. Ora sa che una parte del vecchio racconto era falsa. Non lasci che questo le faccia sembrare certa ogni nuova spiegazione.»
Mi diede un numero e mi chiese di chiamare se avessi trovato altro. Quando accennai ai lavori in cantina, volle i recapiti dell’impresario e mi disse di non spostare niente lì.
Fuori, rimasi seduta in macchina con entrambe le mani sul volante. Non piangevo. Avrei voluto. Piangere avrebbe occupato almeno una parte di me.
Ben chiamò due volte. Non risposi.
Alla terza lasciò un messaggio.
«Anna, mi hanno contattato. Chiamami prima di dire altro. Per favore. Ci sono cose che non capisci.»
Lo riascoltai.
Poi lo mandai a Shah.