Capitolo 3 · 4 min di lettura
La prima versione
Ben arrivò con la cena da asporto e l’aria di un uomo venuto a fare compagnia a una persona irragionevole in attesa che si rimettesse a posto.
Posò i sacchetti sul tavolo della cucina. Curry. Naan. Il vasetto di salsa rossa che nostro padre rifiutava per principio, pur non avendola mai assaggiata.
«Non hai mangiato quasi niente, vero?»
Gli misi davanti la fotografia.
La guardò a lungo.
«Potrebbe essere sbagliata la data.»
«Potrebbe.»
«La scrittura della mamma stava diventando…»
«È la stessa scrittura che aveva vent’anni fa.»
Si sedette. Sul dito aveva una mezzaluna di pelle chiara dove prima portava la fede.
«Che cosa mi stai chiedendo, Anna?»
«Non lo so ancora.»
Aprì una vaschetta, poi la richiuse.
«È tornata», disse.
La cucina fece un piccolo rumore attorno a noi: un tubo batteva nel muro.
«Lo sapevi?»
«L’ho vista quando è tornata venerdì sera. Pensavo l’avessi vista anche tu.»
«Perché lo pensavi?»
«Perché la mamma ti raccontava tutto.»
Era così lontano dalla madre che avevo conosciuto che mi venne quasi da ridere.
«Mi ha detto che Evie se n’era andata. Che papà temeva che la gente pensasse che l’avesse cacciata lui. Mi ha detto di dire che l’avevo vista partire.»
«E lei era partita.»
«Io non l’ho vista.»
«No. Ma se n’è andata. Non è che la mamma ti chiedesse di dire una cosa completamente…»
«Completamente cosa?»
Allontanò la vaschetta.
«Va bene.»
«Era qui quando sono tornata a casa sabato?»
«No.»
«Quando se n’è andata?»
«Non lo so.»
«Chi l’ha vista?»
«La mamma ha detto che papà l’ha accompagnata alla stazione.»
«Allora perché la polizia pensava che avesse preso l’autobus venerdì mattina?»
«Perché papà non voleva che sapessero che avevano litigato.»
«Un litigio tanto grave da mentire alla polizia?»
«Te lo ricordi.»
Sì. Ricordavo il silenzio che calava a tavola quando posava le posate. Ricordavo la sua delusione, che usava più spesso della rabbia e con risultati migliori. Ricordavo di aver imparato a prevedere l’umore di un uomo dal modo in cui chiudeva un cassetto.
Si poteva dare a nostro padre la colpa di quasi tutto. Era uno dei vantaggi che ci aveva lasciato morendo.
«E mi hai lasciata continuare a raccontarlo», dissi.
Ben si strofinò la radice del naso.
«Cercavo di far andare avanti tutti.»
«Avevi ventitré anni.»
«E pensi che bastasse per essere all’altezza?»
Per un attimo lo rividi com’era allora: rasato male, con camicie troppo eleganti per il suo lavoro, in debito con persone di cui non voleva dirci il nome. Ben non era mai sembrato tanto adulto come quando meno riusciva a cavarsela.
Posai il biglietto di Evie accanto alla fotografia.
«Di chi parlava?»
Lo lesse una volta.
«Di papà, probabilmente.»
«A proposito di cosa?»
«Non lo so, Anna. C’erano dei problemi. Lui era duro con lei.»
«Ha scritto “lui non gliel’avrà detto”. A chi doveva dirlo?»
«Potrebbe essere chiunque.»
«Però pensi che “lui” fosse papà.»
Il suo viso cambiò appena. Non era paura. Era irritazione perché lo costringevo a notare la forma della sua stessa risposta.
«Sei brava a fare questo», disse.
«Cosa?»
«Far sembrare colpevole qualcuno perché non ricorda quello che è successo diciotto anni fa.»
Mi alzai e andai al lavello. Fuori si accese il faretto di sicurezza. La pioggia argentava il telone dell’escavatore.
«Chiamo la polizia.»
Non mi disse di non farlo. A quello sarebbe stato più facile resistere.
«Certo», disse. «Devi farlo. Ma forse dovremmo prima chiarire cosa vogliamo raccontare.»
Mi voltai.
«È quello che ha detto la mamma.»
Abbassò gli occhi sulla fotografia.
Mangiammo il curry. Non so perché mi sembri importante, ma lo è. Eravamo seduti allo stesso tavolo a cui mia sorella aveva consumato l’ultimo pasto di cui esisteva una fotografia, Ben mi passò il riso e io lo ringraziai. L’orrore non cancella le cose che ti hanno insegnato a fare.
Quando se ne andò, portò i sacchetti della cena fino al bidone.
«Non passare la notte a rovistare dappertutto», disse. «Finirai per stare male.»
Lo guardai andare alla macchina. Si fermò accanto al garage, rivolto verso la lavanderia. Poi salì e partì.
Al piano di sopra, cercai sul telefono il vecchio appello per la scomparsa. Era ancora lì, un’immagine a bassa risoluzione su una pagina che non veniva aggiornata da anni.
Vista per l’ultima volta dalla sorella minore mentre usciva dalla casa di famiglia, intorno alle 7.15 del mattino di venerdì 14 novembre.
Ingrandii la fotografia finché il viso di Evie si scompose in quadrati.
Poi cercai il numero della polizia e chiamai.
«Ho informazioni su una persona scomparsa», dissi. «E su una deposizione che ho rilasciato.»