Capitolo 8 di 100%

Capitolo 8 · 4 min di lettura

Le condizioni di Rosa

Il caffè di Rosa aveva tre tavoli nella sala davanti, due in quella sul retro e un cartello sul bancone che chiedeva di non appoggiare gli ombrelli bagnati sulle torte.

Clara ci aveva lavorato un’estate, sei anni prima. Se n’era andata perché voleva una cucina più grande, una città più grande e colleghi che non sapessero se aveva fatto colazione. Rosa le aveva augurato buona fortuna e aveva continuato a chiederle della colazione ogni volta che si sentivano al telefono.

Ora Rosa guardò Arthur e disse: «Tu devi essere quello che ha fatto il matterello».

Arthur sbatté le palpebre.

«Ne ho fatti diversi.»

«Quello pesante. Lei non lasciava che lo usasse nessun altro.»

Clara posò la borsa con un po’ troppa forza.

«Era un buon matterello.»

«L’avevo capito.»

Rosa aveva farina su una manica e gli occhiali da lettura appesi a una catenella decorata con fragole di plastica. Non era né abbastanza vecchia né abbastanza paziente per fare la saggia, ruolo che Clara ogni tanto aveva cercato di assegnarle. Mise tre tazze sul bancone e disse a entrambi di sedersi mentre chiudeva il locale.

Il tavolo entrò dalla porta sul retro senza le gambe. Lo portavano Arthur e Clara. Rosa spostò una pila di casse per farli passare e si lamentò che chi aveva progettato quell’edificio, evidentemente, non aveva previsto che dovessero entrarci degli oggetti.

Appoggiarono il piano su delle coperte accanto al muro del magazzino.

«C’è posto di sopra?» chiese Arthur.

«Per un letto e una persona», disse Rosa. «Non sempre contemporaneamente.»

Clara gli mostrò la sua stanza. Aveva il soffitto spiovente, un letto stretto e una finestra che dava sul retro di altri edifici. Da un angolo, se si sporgeva, poteva vedere un pezzo del porto.

«È piccola», disse.

«È pulita.»

«Non vuol dire che sia bella.»

«No.» Lui si guardò ancora intorno. «Ma puoi renderla bella.»

Non si offrì subito di costruire degli scaffali. Lei notò lo sforzo.

Di sotto Rosa aveva tirato fuori la torta rimasta invenduta quel giorno. Al centro era un po’ afflosciata.

«Al limone», disse. «Non proprio un trionfo di stabilità.»

Arthur guardò la porta del magazzino.

«Dove dormo io?»

«Ti ho prenotato una stanza nella pensione di fronte», disse Clara. «Solo per stanotte. Colazione inclusa.»

«Non dovevi farlo.»

«Lo so.»

Lui la ringraziò. Lei provò un sollievo assurdo. Arthur era così bravo a rendersi utile che fare qualcosa per lui poteva sembrare un tentativo di pagare un conto già saldato.

Rosa tagliò la torta.

«Vuoi ancora dire no alla mia idea?» chiese a Clara.

Arthur guardò da una donna all’altra.

«Rosa mi aveva proposto di organizzare delle cene qui», disse Clara. «Prima che trovassi la stazione. E poi di nuovo, quando è saltato tutto.»

«Non tutte le sere», disse Rosa. «Mi piace andare a casa. Due al mese, per cominciare. Tu ti occuperesti della cucina, delle prenotazioni, del menu e delle pulizie. Metteremmo l’accordo per iscritto, così dopo nessuna delle due sarà costretta a fare la gentile.»

Arthur mangiò la torta. Clara aspettò che le chiedesse dell’affitto. Lui non lo fece.

«Volevo un locale mio», disse.

«Lo so.»

«Con il mio nome sopra.»

«Sì.»

«Sembrava di tornare indietro.»

Rosa ripulì le briciole dal coltello con il pollice.

«Non ti dirò che non è così. Hai il diritto di essere delusa. L’offerta resta la stessa.»

Fuori qualcuno provò ad aprire la porta chiusa, lesse il cartello e riprovò.

Rosa non ci badò.

Clara guardò attraverso la porta aperta della cucina. Il blocco cottura era vecchio ma ben tenuto. Conosceva l’angolo scomodo dove due persone con i vassoi non riuscivano a passare insieme. Conosceva il ripiano migliore della cella frigorifera, il rubinetto capriccioso, la finestra che si incastrava quando pioveva.

Non era la cucina che aveva immaginato. Era una cucina in cui sapeva lavorare.

«Dovrei prima sapere i miei turni in ospedale», disse.

«Sì.»

«E fare una prova. Qualche sera. Senza annunciare un progetto grandioso.»

«Per favore, non annunciare un progetto grandioso. Ho già abbastanza cartelli.»

Clara sorrise. Tirò fuori il telefono e aprì una nota vuota.

Poi si fermò.

«Cosa ne pensi?» chiese ad Arthur.

Posò la forchetta.

«Penso che mi piacerebbe venire a mangiare.»

Lo guardò un secondo più a lungo di quanto richiedesse la frase.

«Allora vieni», disse.

Più tardi portarono dentro le gambe e montarono il tavolo nella sala sul retro del caffè. Prese il posto di due tavoli pieghevoli con le cerniere traballanti. La gamba nuova, più chiara, era rivolta verso la cucina.

Rosa posò una mano sul piano e spinse. Il tavolo non traballò.

«Ah, che bellezza», disse, più sollevata che commossa.

Clara scattò una foto per Eddie. Arthur era sul bordo dell’inquadratura, con una mano ancora sotto il tavolo a controllare un fissaggio già ben stretto.

Gli fece togliere la mano.

Capitoli

Il tavolo che abbiamo portato al mare

  1. 01Quattro gambe5 minuti
  2. 02Prima di arrivare5 minuti
  3. 03L’altra officina4 minuti
  4. 04Quello che sanno i padri4 minuti
  5. 05Una gamba venuta da altrove5 minuti
  6. 06La stazione senza treni4 minuti
  7. 07Due porzioni5 minuti
  8. 08Le condizioni di RosaStai leggendo4 minuti
  9. 09Il furgone vuoto4 minuti
  10. 10Cena alle sette4 minuti

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