Capitolo 7 · 5 min di lettura
Due porzioni
Arthur scese al porto e comprò delle patatine fritte, perché erano quasi le quattro e nessuno aveva pranzato.
Solo dopo che la donna le ebbe incartate si accorse di aver ordinato due porzioni. Rimase fuori dal negozio con la carta calda fra le mani e, per la prima volta quel pomeriggio, si sentì un po’ ridicolo.
Aveva fatto tanta strada per arrabbiarsi con una persona che aveva appena perso qualcosa a cui teneva. Lo sapeva. Sapeva anche che lei lo aveva fatto assistere a uno spettacolo che tutti gli altri sapevano essere stato cancellato.
Le due cose potevano essere vere insieme. Non sapeva come metterle nella stessa frase.
Mandò un messaggio: Sono al porto. Ho preso da mangiare. Sto tornando.
Clara rispose quasi subito. Scendo io.
Trovò una panchina da cui si vedevano tre pescherecci e un secchio rovesciato. Era meno pittoresco delle cartoline in vetrina. Gli piaceva di più.
Un gabbiano si posò accanto a lui ed esaminò i cartocci.
«No», disse.
Il gabbiano rimase ottimista.
Clara scese dalla collina col cappotto rosso in mano. Aveva il viso a chiazze. Lui guardò le barche finché lei non si fu seduta.
«Sale?» chiese.
«Sì.»
«Aceto?»
«Sì.»
«Bene. Ce li hanno già messi.»
Mangiarono. Il gabbiano si avvicinò. Clara mosse il piede e lui si allontanò di quel poco che bastava a prenderla in giro.
«Avrei dovuto dirtelo», disse.
«Sì.»
«Lo so che non sei tenuto a rendermi la cosa più facile, ma potresti almeno aspettare mezzo secondo.»
Gli venne quasi da sorridere.
«Non mi aspettavo che fallissi», disse.
Lei guardò dentro il cartoccio.
«Mi aspettavo dei problemi. È un’attività. I problemi ci sono sempre. I conti erano la parte su cui sapevo darti una mano.»
«Prima avevo bisogno che ti piacesse l’idea.»
«Mi piaceva.»
«Non me l’hai detto.»
Guardò un uomo portare una matassa di corda lungo la banchina.
«No.»
Clara mangiò un’altra patatina. Quando parlò di nuovo, lo fece a voce più bassa.
«Continuavi a dire che ci sarebbe stato da lavorare sodo. Lavoro in cucina da quando avevo sedici anni. So cosa vuol dire lavorare sodo.»
«Lo so che lo sai.»
«E la mamma faceva sempre sembrare che tu avessi più stima del mio lavoro di quanta ne dimostrassi a parole.»
Arthur posò il cartoccio.
«Non se lo stava inventando.»
«Adesso lo so. Credo. È che non posso continuare a tirare a indovinare.»
Il porto odorava di gasolio e corda bagnata. Una piccola onda sollevò una barca contro i parabordi, che cigolarono piano.
«Non so come fare senza di lei», disse Arthur.
Clara smise di mangiare.
Tenne gli occhi sulla barca.
«Niente di tutto questo. La casa. Tu. Sono stato suo marito per vent’anni. Sapevo cosa comportava, più o meno. Poi lei non c’era più e io non sapevo quali parti della mia vita mi appartenessero ancora.»
«Pensi che fossi uno dei pezzi?»
«Non come un oggetto. Voglio dire, non sapevo se volevi ancora…»
Si fermò. Ecco perché preferiva i bulloni. Poteva fare forza senza ritrovarsi a dire una cosa che non intendeva.
«Se ti volevo?» chiese.
Lui annuì.
Lei mise il suo cartoccio fra loro.
«Arthur. Al funerale mi sono seduta in seconda fila.»
«Lo so.»
«Tuo fratello era seduto davanti. E i suoi figli. Io ero lì in piedi e nessuno si è spostato. Tu mi hai guardata e mi hai indicato la fila dietro. Lo so che non volevi dire niente con quel gesto. Ma era la mia mamma.»
Ricordava la sala piena. Il foglietto con l’ordine della cerimonia che gli scivolava di mano. Lui che cercava un posto dove lei potesse sedersi, grato di averne trovato uno.
«Pensavo di aiutarti», disse.
«Lo so.»
«Dio mio.»
«E dopo tutti chiedevano come stavi tu. Ed era giusto. Certo che era giusto. Ma io mi sentivo come una persona venuta a visitare il tuo dolore.»
Arthur posò una mano sulla panchina, fra loro. Non la toccò ancora.
«Avrei dovuto farli spostare.»
«Sì.»
«Avrei dovuto farti sedere accanto a me.»
«Sì.»
Rimase lì con quella risposta. Non c’era niente da aggiustare.
Clara si mise il cappotto sulle ginocchia.
«Ho smesso di rispondere perché non sapevo come dirti tutte queste cose senza farti stare peggio. Poi mi lasciavi un messaggio sulla lavatrice o per sapere se avevo cambiato indirizzo, e mi arrabbiavo perché pensavo fosse tutto quello che avevi da dirmi.»
«Cercavo dei motivi per telefonarti.»
«Adesso so anche questo.»
Lui avvicinò un po’ la mano. Lei appoggiò due dita sul dorso, come faceva Helen quando voleva richiamare la sua attenzione senza interrompere qualcun altro.
«Non sono venuto perché c’era da mettere il tavolo in piano», disse.
«L’avevo capito.»
«Volevo andare da qualche parte con te.»
Tenne le dita dov’erano.
«Anche se non ho un ristorante?»
«Sì.»
«Anche se trovo un lavoro dove devo preparare crema inglese per trecento persone?»
«È un bel po’ di crema inglese.»
«Già.»
«Tua madre avrebbe approvato. Meglio che metterla sui muri.»
Clara rise, inaspettatamente e abbastanza forte da offendere il gabbiano.
Finirono le patatine. Ormai erano fredde, ma nessuno dei due propose di buttarle via.