Capitolo 4 di 100%

Capitolo 4 · 4 min di lettura

Quello che sanno i padri

Dopo cena Eddie lavò i piatti e Arthur li asciugò. Clara sedeva al piccolo tavolo della cucina e guardava due uomini che per vent’anni si erano evitati discutere educatamente su dove andassero riposti i piatti.

Andava meglio di quanto si fosse aspettata. Era anche sfinente.

«Vai a riposarti», disse Eddie ad Arthur. «Hai guidato abbastanza.»

Arthur esitò, chiaramente restio a farsi mandare a letto da un uomo che teneva le tazze nell’armadietto dei piatti. Poi piegò lo strofinaccio e uscì.

Eddie attese finché la porta della roulotte non si chiuse.

«Non sa dell’Old Station.»

«Stavo per dirglielo.»

«Quando?»

«Durante il viaggio.»

«Quale? Quello di ritorno?»

Prese lo strofinaccio e asciugò un cucchiaio che era già asciutto.

«Penserà di aver avuto ragione.»

«Ce l’aveva?»

«Questo non aiuta.»

Eddie tolse il tappo dal lavandino. Un pezzetto di prezzemolo girò intorno allo scarico.

«Mi è dispiaciuto per Mia. Ma ha fatto quello che doveva fare.»

«Lo so.»

«E lo stai facendo anche tu.»

«Sì. Tutti molto ragionevoli. È deludente.»

Lui sorrise, ma lasciò cadere il discorso. Clara gliene fu grata. Chi l’aveva delusa a volte sapeva meglio degli altri non pretendere che stesse subito meglio.

«La mamma sapeva che avevi smesso di bere?» chiese.

«Sì.»

«Ti credeva?»

«Alla fine sì.»

«Ti sei arrabbiato perché ci aveva messo un po’?»

«Sì. Non era una delle mie posizioni più ragionevoli.»

Clara appese lo strofinaccio sulla maniglia del forno.

Un tempo Clara si era immaginata che, una volta smesso di bere, sarebbe tornato il padre che avrebbe potuto avere. Si era ritrovata invece con una versione più tranquilla del padre che aveva. Parlava ancora troppo quando era nervoso. Dimenticava ancora le date se non se le segnava. Ma quando diceva che sarebbe venuto, di solito veniva, e quando non poteva chiamava prima che lei si mettesse il cappotto.

«Ti ricordi il concerto a scuola?» chiese. «Quello in cui suonavo il flauto dolce?»

«Non molto bene.»

«Avevi detto che ti si era guastata la macchina.»

Eddie si appoggiò al piano di lavoro.

«Non era vero. Mi ero dimenticato che giorno fosse.»

Lo guardò.

«Pensavo che, se ti avessi parlato della macchina, non ti sarebbe sembrato che non volessi venire.»

«A me è sembrato che non potessi nemmeno arrabbiarmi con te.»

«Sì», disse. «Adesso lo capisco.»

Clara annuì. Quella risposta non aggiustava proprio nulla, ma rimuoveva un vecchio granello che dava fastidio.

Fuori, la luce della roulotte di Arthur si accese.

«Lui c’era?» chiese Eddie.

«Al concerto? Sì. Per i primi dieci minuti ha filmato il bambino sbagliato.»

Eddie rise, poi si trattenne, incerto se ne avesse diritto.

«Puoi ridere», disse Clara. «Faceva ridere.»

Più tardi portò alla roulotte due tazze pulite e un pacchetto di biscotti. Arthur aprì la porta in maglietta e pantaloni senza cintura. Senza la cintura sembrava meno attrezzato per affrontarla.

«Ti tengo sveglio?» chiese.

«No.»

«Papà dice che il bollitore fa i capricci.»

«Non fa i capricci. C’è un contatto da pulire.»

«Certo.»

Clara salì e si sedette di fronte a lui. La roulotte era calda e dalla stufetta veniva un leggero odore di polvere. Arthur aveva allineato le scarpe sotto il tavolino.

«È carina», disse.

«Sì.»

«Sembri sorpreso.»

«Lo sono.»

Gli diede i biscotti.

Parlarono per un po’ del percorso. Arthur aveva comprato un atlante stradale perché non sopportava che il telefono gli dicesse di prepararsi a svoltare mentre lui si stava ancora preparando alla svolta precedente. Clara trovò Saltwick, posò il dito sulla vecchia ferrovia e fu sul punto di dirglielo.

Invece chiese: «Hai messo via i vestiti della mamma?»

«Qualcosa.»

«Che cosa vuol dire qualcosa?»

«Cappotti. Scarpe. Le cose facili.»

«Perché le scarpe erano facili?»

La guardò, sorpreso.

«Senza di lei dentro, non le somigliavano.»

Clara passò di nuovo il dito lungo la linea ferroviaria.

«Pensavo che avessi già portato via tutto.»

«No.»

«Non l’hai detto.»

«Non sapevo di dover fare rapporto.»

Clara ritirò la mano.

Arthur serrò le labbra. Di nuovo quella smorfia, anche se stavolta sembrava rivolta a se stesso.

«Scusa», disse. «L’ho detto male.»

Lei annuì.

«Non so cosa vuoi che tenga», disse.

«Non lo so neanch’io.»

Rimasero seduti per un po’ senza parlare.

Prima di rientrare in casa, Clara sollevò l’atlante. Sotto c’era un foglio coperto dalla grafia squadrata di Arthur. Le misure dell’appartamento. Lo spazio più grande era un soggiorno appena più largo della roulotte.

«Ci sta il tuo banco da lavoro?» chiese.

«Di sopra no. Rimane in bottega.»

«E nei giorni in cui non lavori?»

«Immagino che qualcosa mi verrà in mente.»

L’aveva detto con leggerezza, ma lei lo conosceva da troppo tempo.

Alla porta della roulotte si voltò.

«Lunedì ho un colloquio», disse. «Per un lavoro fisso in cucina. All’ospedale.»

«E il tuo locale?»

«Potrebbe tornare utile, insieme al resto.»

«Ah», disse lui. «Buona idea.»

Chiuse la porta prima che lui potesse chiedere qualcos’altro.

Capitoli

Il tavolo che abbiamo portato al mare

  1. 01Quattro gambe5 minuti
  2. 02Prima di arrivare5 minuti
  3. 03L’altra officina4 minuti
  4. 04Quello che sanno i padriStai leggendo4 minuti
  5. 05Una gamba venuta da altrove5 minuti
  6. 06La stazione senza treni4 minuti
  7. 07Due porzioni5 minuti
  8. 08Le condizioni di Rosa4 minuti
  9. 09Il furgone vuoto4 minuti
  10. 10Cena alle sette4 minuti

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