Capitolo 5 · 6 min di lettura
La panchina di prova
Lunedì mattina c’era una panchina sotto il castagno. Non una bella panchina nuova. Una lunga panca da palestra con una striscia blu lungo il lato e un segno dove prima c’era un adesivo.
Kees e Bram l’avevano portata fuori dalla palestra. Vera aiutò tenendo aperta la porta. Lo fece dandosi tutta l’importanza possibile, finché Kees non le chiese di spostare anche il tappetino.
«Resta qui solo oggi» disse Bram. «Per fare una prova. È robusta, ma non ci facciamo ginnastica sopra».
Joep guardò l’albero. «Stavo solo pensando di saltare oltre il ramo».
«Meno male che l’ho detto».
Vera misurò la panca. Bram teneva un’estremità del metro. Lei scrisse la lunghezza. Poi la riscrisse: aveva scambiato le cifre. Bram indicò la striscia blu.
«Non devi ordinare quel colore».
Vera pensò ai cuscini blu. Sarebbero stati bene tra l’erba verde e il tronco marrone. Sua nonna ne aveva due che non usava. Poteva chiederle di prestarli. Scrisse CUSCINI vicino alle misure.
Bram si accovacciò. C’era una radice esattamente nel punto in cui aveva disegnato la panchina.
«Qui non possiamo mettere una gamba. E deve restare spazio per passare. Meglio un po’ più lontano dal tronco».
Vera spostò la panchina sul disegno. Ora l’albero sembrava un po’ strano. Dal vero, però, era giusto: si vedeva il cortile senza essere proprio accanto al campo da calcio.
Alla ricreazione venne tutta la classe. Safia formò dei gruppi. Tutti potevano provare a sedersi. Poi dovevano dire una cosa che piaceva e una da migliorare.
«Bene: non si muove» disse Joep.
«Da migliorare?» chiese Safia.
«Un volante».
Safia picchiettò la matita sul taccuino. Joep si spostò in modo che Vera potesse sedersi accanto a lui.
Quattro bambini stavano sulla panca. Gli zaini no. Un ragazzo infilò il suo sotto. Sprofondò per metà nell’erba bagnata.
Vera annotò che la panchina vera avrebbe dovuto avere un posto per gli zaini. Non sapeva se Bram potesse ricavarlo. Aggiunse un altro punto interrogativo.
Una bambina si sedette al contrario, con i piedi dall’altra parte.
«Così posso parlare con Puk» disse.
Puk stava dietro la panchina con il suo annaffiatoio. La sua zuppa ormai era così acquosa che sembrava quasi vera.
«Con lo schienale non puoi sederti così» disse Joep.
«Ma il tuo libro non cadrà», disse Vera.
La bambina posò il libro accanto a sé. Le pagine si sollevarono. Le tenne ferme con una mano.
«Anche un tavolo sarebbe carino».
Vera guardò gli appunti. Con un tavolo, un tetto e il posto per gli zaini non sarebbe più stata una panchina. Semmai una casetta. Con centottanta euro non si costruiva una casa. Forse una porta, con un po’ di fortuna.
Joep lesse sopra la sua spalla. «Non scrivere tutto. Altrimenti devi fare tutto».
«Sto scrivendo ciò che la gente chiede».
«Chiedono molto».
Era vero. Vera mise per un momento la matita in tasca.
Poi Puk volle salire sulla panca. Alzò una gamba. Il piede urtò il bordo. Lo alzò di più, ma non arrivava alla seduta.
Eef venne dall’altra classe. Prese l’annaffiatoio, così Puk aveva le mani libere. Puk si tirò su aggrappandosi al bordo. Con l’aiuto di Eef ci riuscì. Si sedette con le scarpe dritte davanti a sé, come se solo lei sapesse come funzionava una panca.
Vera si sedette accanto a lei.
«Stai bene?» chiese Vera.
Puk annuì.
«Vorresti sederti qui più spesso?»
«No».
Vera sembrò sorpresa.
Puk indicò la sabbiera. «La mia zuppa è pronta».
Eef le restituì l’annaffiatoio e l’aiutò a scendere. «Non riesce a tenere la paletta dei grandi» disse. «È troppo pesante. E ne abbiamo solo due piccole che non siano rotte».
«Potremmo fare una panchina più bassa» disse Vera.
«Forse. Ma non riuscirebbe comunque a scavare con la paletta».
Vera guardò la sabbiera. Due bambini erano inginocchiati vicino a una paletta. Uno scavava. L’altro aspettava con la mano tesa, pronto per il suo turno.
Eef tirò fuori la lista dal cappotto. Aveva contato gli attrezzi. Tre secchi. Due palette. Un rastrello senza manico. Per il manifesto aveva trovato una foto della carriola con il prezzo sotto.
Vera aveva pensato soprattutto al proprio libro, preparando il progetto. Eef aveva contato gli attrezzi della sabbiera.
«Anche una panchina è utile» disse Eef. «Mia mamma si siederebbe quando viene a prenderci. Ma i piccoli non capiscono perché sia più importante delle loro palette».
«Non ho detto il contrario».
«No. Però vuoi vincere».
Vera guardò nuovamente la panca della palestra. Joep adesso era seduto lì da solo, con le gambe distese il più possibile, per dimostrare che anche quattro bambini potevano essere un Joep.
Puk gridò dalla sabbiera che anche lei voleva un sindaco. Mise un secchio capovolto sopra un mucchio di sabbia. I piccoli l’aiutarono. Sotto la siepe trovarono una patata rotolata forse da una borsa della spesa. Eef la pulì. Più tardi, a casa, la disegnò con il viso e un cappello.
«Per le schede gialle» disse a Safia. «Vogliamo che si candidi».
Safia attaccò il disegno della patata accanto a quello di Miep. «Ha un nome?»
«Patata» disse Puk.
Joep studiò la nuova candidata. «Neanche questa parla».
«Ma sta ferma» disse Eef.
Vera portò gli appunti a casa. Cancellò il tavolo. Il punto interrogativo vicino agli zaini restò. Sotto la panchina scrisse in piccolo: qui può sedersi chiunque. Poi telefonò alla nonna per i cuscini.