Capitolo 2 · 6 min di lettura
Una candidata senza tasche
La mattina seguente, MIEP apparve sulla quarta riga. Joep aveva aggiunto un punto esclamativo. Non rientrava nel foglio, quindi l’aveva scritto sulla bacheca.
«I fogli hanno un bordo proprio per questo» disse Safia.
Joep strofinò il punto esclamativo con la manica. Diventò una macchia grigia. Assomigliava un po’ a un’oca. Se uno sapeva che doveva assomigliare a un’oca.
«Miep abita accanto alla scuola» disse. «Quindi ne fa parte».
Safia guardò la lettera. La quarta riga. Poi Vera, che all’improvviso era occupatissima a rimettere il tappo a un pennarello.
«Ci avete pensato insieme?»
«Un po’» disse Vera.
«È stata una mia idea», disse subito Joep. «Vera ha riso».
Eef voleva sapere che cosa avrebbe fatto un’oca con centottanta euro.
«Comprerebbe mele» disse qualcuno in fondo.
«Un sacco di mele».
«Un melo!»
Safia prese il pennarello di Vera. Sulla lavagna scrisse: UN INCARICO VERO. Sotto: UN TITOLO ONORIFICO.
«Un’oca non può essere responsabile dei soldi» disse. «Non può spiegarci che cosa va fatto. E le oche hanno altro da fare che essere sindache».
«Nemmeno lei ha tasche» disse Joep.
«A volte non le ho nemmeno io. Non è quello il problema principale».
Vera cercò di immaginare Miep con una borsetta. Vedeva soprattutto monete sparse nell’erba.
«Però» continuò Safia «una sindaca onoraria non deve occuparsi dei soldi. È una mascotte allegra per il paese. Se Bennie è d’accordo, Miep può partecipare a quell’elezione. Ci saranno due votazioni. Una scheda bianca per il sindaco dei bambini. Una gialla per la mascotte».
Joep alzò la mano.
«Posso candidarmi in tutte e due?»
«Sei già nell’elenco per le schede bianche».
«E per quelle gialle?»
«Per questa elezione la mascotte deve essere un animale o un personaggio che avete inventato voi».
Joep si raddrizzò sulla sedia. «So stare fermissimo».
«Potresti iniziare a esercitarti adesso».
Dopo la lezione, Vera e Joep poterono chiedere a Bennie il permesso di far partecipare Miep. Safia li accompagnò al cancello. Bennie tirava una carriola fuori da un angolo fangoso. Quando ebbe finito, c’era fango sulla carriola, sugli stivali e sotto il naso.
«Miep? Sindaca?»
Si voltò a guardarla. Miep aveva il becco in una ciotola bassa d’acqua. Sciacquò un po’ d’erba e la inghiottì.
«Di soldi sa poco» disse Bennie. «Di erba, parecchio».
Vera spiegò le due liste con cura. Joep voleva aiutarla. Soprattutto pronunciando più forte tutte le parole importanti.
«È un titolo onorifico», concluse Vera. «Non dovrà fare discorsi».
«Li farà comunque» disse Bennie.
L’oca sollevò la testa dalla ciotola e starnazzò.
«Vedete?»
Joep guardò il recinto. «Potremmo metterle un fiocco».
«No».
«Solo uno piccolo…»
«Nemmeno piccolo. Niente cappello, catena o cappotto. Ha già un bel vestito di piume. Tiene quello».
Bennie appoggiò la carriola alla rimessa. «E nessuno le dà mele. Nessuno la solleva o la porta sul palco. Se la folla la disturba, torna al suo posto. La festa può andare avanti anche senza oca».
Miep andò in fondo al giardino, dove dormiva l’altra oca. Le si mise accanto e chiuse un occhio.
Joep sembrava deluso. «Quindi non farà campagna elettorale?»
«Lei farà l’oca. Voi potete fare campagna».
Vera tirò un piccolo sospiro di sollievo. Non sapeva proprio come spiegare qualcosa a Miep senza che l’oca si mangiasse la spiegazione.
«Possiamo fare un manifesto, allora?» chiese Vera.
«Per le persone, sì. Non mettetelo nella sua acqua».
Sulla via del ritorno Joep si fermò accanto al giardino della scuola. Dietro piccoli cartelli crescevano file di lattuga. Safia aveva messo un cartello in una custodia trasparente perché la pioggia continuava a lavare via le parole.
«A Miep dev’essere piaciuto» disse Joep.
«La lattuga?»
«Le elezioni».
«È andata a dormire».
«Per risparmiare le sue energie».
Vera raccolse un rametto e disegnò un’oca nella terra. La pancia venne troppo grossa. Sembrava una palla con il becco.
«Anche questa potrebbe candidarsi» disse Joep. «Posso ritagliarla nel cartone».
«Allora la gente voterebbe per il cartone».
«Così è più facile contare i voti».
Quel pomeriggio Safia spiegò le regole a tutti. I bambini dai quattro ai dodici anni potevano votare con una scheda bianca. Ogni visitatore della festa poteva depositarne una gialla, anche i bambini sotto i quattro anni. Gli adulti potevano aiutare a leggere. Ma la scelta spettava a chi votava.
Vera scrisse BIANCO e GIALLO su due foglietti e li attaccò accanto ai candidati. Sotto Miep aggiunse una freccia: GIALLO. Poi spostò il proprio nome più in alto, lontano dalla piega.
Joep appese un terzo foglio.
«Che cos’è?», chiese Vera.
«La mia coppa».
Aveva disegnato una coppa con due manici e una base enorme. Una coppa che non sarebbe entrata quasi da nessuna parte.
«Non sei ancora sindaco» disse Eef, passando davanti alla bacheca.
«Mi sto esercitando».
Eef annuì. «Anch’io». Tirò fuori una vera paletta. Il manico era avvolto nel nastro adesivo. Quando lo mosse piano, la parte metallica cadde a terra.
Joep guardò i due pezzi.
«Questa si è esercitata abbastanza».
Eef raccolse il pezzo. «Le serve un progetto».