Capitolo 7 · 7 min di lettura
Le oche non danno interviste
Sam, del giornale scolastico, aveva tre domande per Miep. Le aveva scritte in un taccuino con REPORTER sulla copertina. L’ultima R era più grande delle altre lettere. Sembrava che avesse una gran fretta.
Mercoledì mattina chiese a Vera di accompagnarlo a trovare Bennie. Aveva realizzato i manifesti e conosceva l’oca. Joep aveva detto che sarebbe andato al campo di calcio.
Vera lo guardò dalla finestra. Appoggiò lo zaino contro un palo e tirò il pallone attraverso il buco della rete. Gli corse dietro, lo raccolse e tirò di nuovo.
«È occupato» disse.
«Allora gli chiediamo dopo» disse Sam, picchiettando il taccuino. «Ogni candidato avrà un articolo. Anche quelli delle schede bianche. Ma Miep va in prima pagina. La conoscono tutti».
Vera avrebbe voluto protestare per la prima pagina. Però la settimana prima aveva fatto lei stessa quattro manifesti di Miep. Non sembrava giusto decidere adesso che l’oca riceveva troppa attenzione.
Bennie era davanti al cancello con un secchio vuoto. Non c’era fango sul suo naso oggi. Solo un filo d’erba sulla manica.
«Siamo venuti per un’intervista» disse Sam.
Bennie indicò Miep. Era sdraiata sull’erba accanto all’altra oca, con il becco infilato nelle piume.
«Non prende appuntamenti».
«Sono solo tre domande».
Sam aprì il taccuino. Aveva infilato la penna nell’elastico della copertina. Quando la tirò fuori, l’elastico gli schioccò contro il pollice.
«Domanda uno. Che cosa vorresti cambiare come sindaca?»
Miep rimase dov’era.
Sam attese. Anche Vera attese. Una ruota di bicicletta cigolò nel cortile. L’altra oca alzò la testa, poi la riabbassò.
«Cambiare le cose è un bel lavoro» disse Bennie.
Sam scrisse qualcosa.
«Questo l’ho detto io» gli fece notare Bennie.
Sam scrisse BENNIE davanti alla frase.
«Domanda due. Qual è il tuo posto preferito in paese?»
Miep tirò fuori il becco dalle piume. Scosse la testa e seguì una mosca con lo sguardo. La mosca si posò sulla ciotola. Miep si avvicinò.
«Questa è la sua risposta», disse Sam.
«Vuole bere qualcosa» disse Vera.
«Ma potrebbe essere il suo posto preferito, no?»
Bennie posò il secchio vicino alla rimessa. «Puoi scrivere dove va. Non puoi sapere perché le piace. Le oche non hanno parole per dirlo».
Sam guardò la frase già scritta: MIEP VUOLE PIÙ CIOTOLE D’ACQUA. La cancellò.
Vera lesse sopra la sua spalla. Pensò alla panchina del primo manifesto di Miep. Joep aveva detto che poteva disegnarla lì. Se l’avesse fatto, qualcuno avrebbe sicuramente detto che l’oca voleva costruire panchine.
«Domanda tre» disse Sam. «Vuoi dire qualcosa agli elettori?»
Miep immerse il becco nella ciotola. Bevve, alzò la testa e starnutì. Gocce schizzarono sul bordo.
Sam guardò il suo taccuino. Vera si morse il labbro.
«Scriverò proprio quello che è successo» disse.
Mise una stellina dopo lo starnuto. Sotto scrisse: per quanto ne sappiamo, non era una promessa elettorale.
Vera rise. Bennie lesse la frase e annuì.
Bennie mostrò dove sarebbe stato il recinto sabato. Era l’angolo che Miep sceglieva spesso da sola. Vi mise una ciotola larga. Dal lato dei visitatori, una corda bassa avrebbe impedito alla gente di ammassarsi contro la rete.
«Qui resta aperto sul giardino» disse. «Se vuole andarsene, può. E non passa tutto il pomeriggio accanto alla festa. Neanche l’altra oca deve aspettare che finiamo di votare».
Sam guardò le domande. «Allora potremmo non vedere la sindaca».
«Allora avrai una storia su una ciotola vuota. Forse c’è più novità lì che in tre domande per un’oca».
Sam tenne la corda nuova. Vera legò l’altro capo al palo piantato da Bennie. Miep venne a beccare un pezzetto che penzolava. Bennie lo accorciò e controllò piano la corda.
«Ecco. Non penzola più niente».
Vera tornò a scuola con Sam. Lui leggeva le frasi ad alta voce. Metà parlavano di Bennie. L’altra metà raccontava ciò che Miep aveva fatto. Meglio che inventare tre discorsi interi per l’oca.
Joep era alla porta esterna, con il pallone sotto il braccio e un filo d’erba sui pantaloni. Sam gli chiese se avesse un momento.
«Tre domande» disse.
Joep guardò Vera. Lei si spostò per lasciare Sam fra loro.
«Che cosa vuoi cambiare?» chiese Sam.
«La porta».
«Che cosa ha?»
Joep girò il pallone sotto il braccio. «La rete. Forse. Ci sto ancora pensando».
Sam lo annotò. Non chiese se mancavano soldi per una porta intera. Vera sentì la penna scorrere sulla carta.
«Sul manifesto c’è un tabellone» disse Sam.
«Non è ancora sicuro».
«Allora scrivo anche questo».
Joep annuì e guardò di nuovo Vera. Questa volta sostenne il suo sguardo.
«Devo intervistare anche te» disse Sam a Vera.
Vera raccontò della panca di prova. Dei cuscini della nonna, degli zaini e del legno che Bram cercava ancora. Sam chiese se leggesse a ogni ricreazione. Vera disse che a volte giocava ad acchiapparella. Non sembrava una frase utile per il progetto della panchina. Lui la scrisse lo stesso.
Quando Sam se ne andò, Joep rimase alla porta. Non aveva più il pallone sotto il braccio. Lo teneva con due mani davanti alla pancia.
«Ieri non avevo finito di pensarci» disse.
Vera annuì. «Lo so».
Voleva dirlo bene. Senza ricominciare dalla cartellina o da quello che lui avrebbe dovuto riparare. Guardò le sue scarpe.
«La mia battuta era stupida».
Joep guardò la palla. «Tutti hanno riso».
«Sì».
Una porta si aprì dietro di loro. Tre bambini uscirono con dei panini. Joep si spostò di lato. Anche Vera.
«Devo andare a casa» disse Joep.
«Anche io».
Non andarono insieme. Al cancello Joep tenne il pallone in equilibrio sul piede. Lo lasciò cadere, lo riprese con le mani e guardò indietro.
Vera non sapeva se quello fosse un inizio. Ma almeno aveva finalmente detto la sua frase.