Capitolo 11 di 120%

Capitolo 11 · 8 min di lettura

Due colori di carta

L’urna era su un tavolo sotto il tendone. Era una robusta scatola di cartone. Kees aveva rinforzato la fessura con il nastro adesivo, perché non si strappasse quando qualcuno infilava una scheda.

Accanto c’era una seconda scatola. Sulla prima era scritto SINDACO DEI BAMBINI. Sulla seconda MASCOTTE. Sotto ogni scritta era appeso un foglio dello stesso colore delle schede da mettere in quella scatola.

Safia sedeva al tavolo. Un papà del comitato dei genitori teneva un elenco. Consegnava una scheda bianca a ogni bambino dai quattro ai dodici anni. Chi ne aveva già ricevuta una non poteva averne un’altra. Per le schede gialle teneva un elenco separato. Lì poteva iscriversi ogni visitatore.

Sul foglio bianco c’erano tre nomi. Vera li vedeva di lato. Le faceva un certo effetto vedere il proprio accanto a quelli di Eef e Joep, scritto con le stesse identiche lettere.

La sindaca ricevette soltanto una scheda gialla.

«Per l’altra sono un po’ troppo grande» disse.

«Quanto grande?» chiese Puk.

«Per oggi basta sapere che sono troppo grande».

A Puk quella risposta non piacque. Lo chiese di nuovo. Sua madre la accompagnò dietro un paravento di cartone. Safia le mostrò dove fare la croce, poi si scostò.

«Lo faccio due volte?» chiese Puk.

«Una scelta su ogni foglio» disse sua madre. «Decidi tu».

Puk si chinò sulle schede. Sua madre guardò la parete. Vera non riusciva a vedere chi avesse scelto Puk. Era giusto così, anche se d’un tratto le costò fatica non allungare il collo.

Si allontanò dal tavolo. Accanto alla patata, Sam controllava gli appunti. Il cappello di cartone era ancora al suo posto. Puk aveva preparato una scatolina con quattro quadratini ai lati. Finestre, spiegò più tardi. La patata doveva poter vedere fuori.

«Pensi che Miep vincerà?», chiese Vera.

«Non ne ho idea». Sam voltò pagina. «Il fornaio ha appena detto che Boris prenderà un sacco di voti. Puk dice che tutti mangiano patate. Possono avere ragione tutti e due. Ma non ci aiuta molto».

Vera guardò la recinzione del giardino. Miep era con l’altra oca, dall’altra parte del prato. Si intravedevano dietro un cespuglio. Bennie non aveva spostato la corda dei visitatori. Chi non riusciva a vederle, quel giorno doveva accontentarsi.

Vera avrebbe voluto restare al tavolo dei candidati. Joep se ne stava già andando.

«Vado a prendere una cialda» disse.

«Ne hai appena mangiata una».

«Allora guardo mentre la fanno».

Andò al banchetto e si fermò davanti alla pastella. Vera capiva. Neppure lei sapeva che cosa fare con le mani. Aveva già votato. Aveva spiegato la faccenda del tetto. Non le restava altro da fare, a meno di ripetere sempre le stesse cose.

Eef sedeva accanto alla sabbiera. Un bambino le mostrava quanto aveva riempito il secchio. Lei osservava attentissima, come se più tardi le sarebbe servito sapere quali granelli ci fossero dentro.

Alle dodici e mezza le votazioni finirono. Kees chiuse le fessure con il nastro adesivo. Il papà del comitato portò gli elenchi sul tavolo. Safia chiamò due bambini che non erano candidati ad assistere al conteggio. I candidati potevano sedersi su alcune sedie un po’ più lontane.

Vera scelse la sedia centrale. Joep sedeva alla sua destra. Eef alla sua sinistra. Adesso non c’era nessun tavolo tra loro.

Safia tirò fuori con delicatezza le schede bianche dalla scatola e le aprì. Il padre controllava ogni scelta. Se non erano sicuri, mettevano da parte il foglio e lo guardavano insieme. Sul tavolo si formarono tre pile.

Joep mosse il piede su e giù. I lacci delle sue scarpe battevano sulla gamba della sedia.

«Puoi smetterla?» chiese Eef.

Si fermò. Un attimo dopo cominciò l’altro piede.

Vera cercò di confrontare le pile. Una sembrava più alta. O forse i fogli erano piegati meno stretti? Si sporse in avanti. Safia posò un bicchiere d’acqua proprio davanti alla pila che stava tentando di vedere.

«Devo bere anch’io» disse Safia.

Vera tornò ad appoggiarsi allo schienale. Joep la guardò. Si scambiarono un breve sorriso. Poi Vera sentì soltanto il fruscio della carta.

Finito il conteggio, gli adulti ricontrollarono i numeri. Uno dei bambini li scrisse sul tabellone. Prima il nome di Eef. Accanto: 16.

Eef si aggrappò al bordo della sedia.

Accanto a Joep: 24.

Vera lo sentì espirare. Sul tabellone restava un solo nome. Il ragazzo fermò un momento il pennarello davanti a quel nome, come se dovesse riposare la mano.

Vera: 28.

Quattro voti più di Joep. Vera fissò il numero. Era lì. Non doveva più indovinare se le pile avessero la stessa altezza.

Safia lesse il risultato. Sessantotto bambini avevano espresso un voto valido. Vera ne aveva ricevuti più di tutti. Qualcuno al banchetto delle cialde applaudì. Poi applaudirono anche gli altri.

Joep rimase seduto, con la bocca un po’ aperta. Poi la chiuse e le tese la mano.

«Complimenti» disse.

Vera gli strinse la mano. Quella di Joep era più calda della sua.

Anche Eef le strinse la mano. «Speravo in qualcosa di più» disse.

«Ci sono sedici bambini che vogliono il tuo progetto».

«Sì». Eef guardò la lavagna. «Lo vedo».

Vera non disse che sedici erano tanti. Non sapeva se lo avrebbe pensato anche lei, con quel numero accanto al proprio nome.

La sindaca si avvicinò con tre medagliette di legno appese a un cordino. Su quella di Vera c’era scritto SINDACA DEI BAMBINI. Su quella di Joep CANDIDATO e su quella di Eef CANDIDATA. Joep girò la sua. Dietro c’era la data.

«Posso tenerla?» chiese.

«È fatta apposta».

Vera si mise il cordino al collo. La medaglietta batté contro la cerniera. La sindaca spiegò che la scuola e il circolo di falegnameria avrebbero aiutato a realizzare il progetto. A Vera non diedero un sacchetto di soldi da portare a casa. Le fissarono un appuntamento con Kees per lunedì.

«Per organizzare la panchina» disse Kees. «Porta i tuoi appunti. Meglio senza lumaca».

Poi aprirono le schede gialle. Ce n’erano molte di più. Miep ricevette centododici voti. Boris cinquantadue. La patata col cappello diciassette.

Puk contò sulle dita. Non ne aveva abbastanza.

«Diciassette» disse sua madre. «Sono diciassette».

Puk girò la scatolina in modo che la patata potesse guardare il tabellone.

«Ha sentito» disse.

Il fornaio accarezzò Boris. Boris aveva dormito per gran parte delle elezioni. Ora alzò la testa, guardò la ciotola dell’acqua e si sdraiò di nuovo.

Sam aveva preparato un cartello per Miep: SINDACA ONORARIA. NESSUN ORARIO DI RICEVIMENTO. Bennie lo appese alla recinzione. Miep non tornò dal giardino per vederlo. L’altra oca arrivò per prima alla ciotola dell’acqua. Miep la seguì.

«Vanno alla riunione» disse Joep.

Vera guardò la medaglietta. Era felice. Felicissima. Voleva dirlo a Joep, ma non con la voce che avrebbe usato con sua madre.

«Vieni lunedì?» chiese. «Da Kees. Non devi dare una mano per forza perché te lo chiedo. Però mi farebbe piacere se venissi».

Joep girò di nuovo la medaglietta.

«Basta che non sia durante l’ora di ginnastica».

«Dopo la scuola».

Lui annuì. Eef disse che sarebbe venuta anche lei. Poi andò a prendere il disegno delle palette. Lo arrotolò con cura e lo tenne sotto il braccio. Non lo buttò via.

Capitoli

L’oca che diventò sindaca

  1. 01Tutti possono partecipare7 minuti
  2. 02Una candidata senza tasche6 minuti
  3. 03Un manifesto per la candidata sbagliata6 minuti
  4. 04E se piove?6 minuti
  5. 05La panchina di prova6 minuti
  6. 06Una promessa troppo bella per essere mantenuta6 minuti
  7. 07Le oche non danno interviste7 minuti
  8. 08Il baule che nessuno vuole7 minuti
  9. 09Si rifanno i conti8 minuti
  10. 10Il discorso vola via9 minuti
  11. 11Due colori di cartaStai leggendo8 minuti
  12. 12La promessa che resta9 minuti

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