Capitolo 3 · 6 min di lettura
Un manifesto per la candidata sbagliata
Mercoledì Joep portò un rotolo di carta che sporgeva da sotto il braccio. In fondo era rimasto uno scontrino. Suo padre aveva recuperato il rotolo in negozio. Vera staccò lo scontrino. C’era scritto terriccio venti volte.
«Questi non sono voti» disse.
«È un inizio».
Potevano restare in classe dopo la scuola per fare i manifesti. Eef tornò a casa. Doveva badare alla sorellina e aveva già finito il suo. C’erano una grande sabbiera, tre palette e un bambino mezzo dentro una carriola.
«La carriola non serve per farci un giro» spiegò Eef quando Joep glielo chiese.
«Peccato».
Vera stese il foglio per terra e cominciò a disegnare la panchina. Da una parte mise un albero. Dall’altra voleva un baule. Ma non riusciva a farlo più piccolo della panchina. Alla fine sembrava che qualcuno volesse mettere una vasca piena di libri in cortile.
Joep sbirciò oltre la sua spalla.
«Miep ci starebbe bene».
«È la mia scatola dei libri».
«Potrebbe essere più piccola».
«Allora non vedresti i libri».
«Miep è più facile».
Joep disegnò un becco con il pennarello arancione. Vera aggiunse una testa. Poi un collo, una pancia e due zampe. L’oca osservava la vasca molto seria.
Joep annuì soddisfatto. «Ha un’opinione».
Sopra il disegno Vera scrisse: VOTA MIEP. HA UN’OPINIONE SU TUTTO.
Safia chiudeva la borsa vicino alla porta. Lesse il manifesto e sorrise. «Scrivete che partecipa alla votazione con le schede gialle».
Joep colorò un angolo di giallo. Vera vi disegnò una scheda. Era grande la metà del becco.
«Non dovrebbe essere gialla anche l’oca?» chiese Joep.
«Allora sarebbe un’ochetta appena nata».
Appesero il manifesto accanto alla porta e presero un altro foglio. Joep voleva disegnare Miep con una catena da sindaca. Vera mise invece delle bandierine accanto al recinto. Quello Bennie l’aveva permesso. Non infilò un libro sotto l’ala. Miep non sapeva leggere. E un manifesto non doveva promettere cose false.
Prima di andare a casa avevano disegnato quattro oche. L’ultima aveva una zampa di troppo. Joep disse che aveva tante cose da fare.
La panchina di Vera era ancora sul pavimento, sotto lo scontrino strappato.
Giovedì quasi tutti sapevano chi era Miep. Due piccoli avevano scritto il suo nome nella sabbiera. La P era al contrario, ma a Miep non importava. Stava accanto alla recinzione e beccava un filo d’erba.
«Potremmo farle dire uno slogan» propose Joep.
«Quale slogan?»
«Qua».
Vera rise. «Lo dice già».
«Quindi è un buon slogan».
Joep posò il nuovo manifesto sul muretto. Una coppa enorme riempiva il foglio. Davanti aveva disegnato la porta da calcio, molto più piccola. Sembrava un tavolino.
«Dov’è la rete?», chiese Vera.
«Non l’ho ancora disegnata».
«Potresti cominciare dalla rete».
Joep guardò lo spazio vuoto tra i pali. «È un sacco di lavoro».
Due bambini si fermarono a guardare i manifesti di Miep. Leggevano ad alta voce, imitavano il verso dell’oca e gridavano a turno: «La mia opinione!». Uno non conosceva la sindaca vera. Ma conosceva Miep. Il giorno prima l’avevano vista bere dietro la rete.
Vera guardò i manifesti. Erano venuti bene. Anche l’oca con tre zampe. Più tardi ne aveva nascosto la terza zampa dietro un secchio dipinto.
Poi uno chiese chi partecipasse alla votazione con le schede bianche.
«Joep, Eef e Vera», disse un altro.
«Cosa vuole Vera?»
Nessuno rispose.
Vera era a meno di tre passi. Poteva dirglielo. Una panchina per leggere. Una panchina dove non finiva sabbia nei calzini.
Ma la conversazione era già tornata sull’oca. Un bambino pensava che Miep fosse più grande di un cane. L’altro pensava che avrebbe potuto vivere fino a cent’anni. Vera tirò fuori il libro dalla borsa e si sedette sul muretto. I suoi piedi non toccavano terra.
Joep le si avvicinò. Una striscia di nastro adesivo gli pendeva dal polso. C’era una piega che non riusciva ad appiattire.
«Vieni? Voglio fare un altro manifesto».
«Per chi?»
«Miep».
Vera non aprì il libro.
«Allora non finirò mai il mio».
Joep guardò il recinto. «Ma è divertente».
«Sì».
Era proprio quello il problema. Era divertente. I disegni, le frasi sciocche, le risate per la terza zampa. Non voleva dire che si annoiava. Non sarebbe stato vero.
«Potresti disegnare la panchina su un manifesto di Miep» disse Joep. «Così la vedono tutti».
«Allora penserebbero che la panchina sia di Miep».
Pensò per un momento. «Metti: la panchina di Vera».
Vera lo guardò. «E tu che cosa scriveresti? La porta di Joep?»
«Non ha niente a che fare con l’oca».
«Nemmeno la mia panchina».
Joep si tolse il nastro dal polso. Adesso era attaccato alle sue dita.
«Pensavo solo che fosse divertente» disse.
Vera annuì. «Anch’io. Solo che oggi voglio disegnare qualcos’altro».
Rimase sul muretto ancora un po’. Joep tornò in classe. Dalla finestra, Vera lo vide srotolare la carta e cominciare un’altra oca. Prima il becco. Quello l’aveva imparato da lei.
Vera scese dal muretto. Entrò, prese il suo foglio da sotto lo scontrino e rimpicciolì la vasca. I libri quasi non si vedevano più. Non importava. Sullo schienale scrisse: UN POSTO PER SEDERSI. ANCHE SENZA LIBRO.
Quando Joep chiese il pennarello verde, glielo diede. Semplicemente, non finì di disegnargli l’oca.
Mentre riordinavano, appesero il manifesto di Vera accanto alla lista dei candidati. Qualcuno si fermò davanti ad esso, lesse le parole e annuì. Vera rimase accanto alla porta giusto il tempo necessario per vedere.